Il signore di Rapallo

  L’estate di alcuni anni fa era stata particolarmente calda, con picchi di temperatura sui quaranta gradi. Per la villeggiatura, Armando e sua moglie avevano deciso di affittare una villetta al mare sulla riviera ligure. Avevano esaminato varie proposte d’affitto e alla fine avevano preferito una villa a Rapallo, cittadina con un cielo di un azzurro incredibile, un tramonto dai riflessi d’oro e un mare color smeraldo. Alcune colline riflettevano la loro ombra sul mare e il porticciolo era spesso affollato da imbarcazioni di ogni tipo. All’alba, i gabbiani facevano udire il loro richiamo e il profumo dei fiori era inebriante.
  Vi avevano trascorso giornate indimenticabili ed erano stati affascinati dalla natura e dal verde circostante. Nelle estati successive avevano sempre affittato la medesima villa, ma quell’anno invece, avevano cambiato e si trovavano sulla riviera adriatica  in un lussuoso albergo prospiciente sul mare.
Una mattina,  mentre stava chiacchierando con un amico in un bar dell’hotel, Armando vide un bambino che lo indicava alla madre, gridando: “Mamma, mamma, il signore di Rapallo! Il signore di Rapallo! Guarda, guarda, è lui! E’ lui!”
La madre si voltò a guardarlo e Armando credette di riconoscere la signora, ma non di certo il ragazzino, il quale invece si sbracciava a salutalo. Anche la madre sembrò riconoscerlo ed entrambi si avvicinarono.
  “Lei è il signore che ha salvato mio figlio nel mare di Rapallo, ricorda? E’ successo qualche anno fa e Mauro non si è più dimenticato di lei.”  
La signora era contenta di rivederlo e mostrava una grande affabilità.
  “ Rapallo? Ah sì! Certo!” fece Armando “Il bambino che stava affogando. Non mi dica che è lui! E’ molto cresciuto e non l’avrei riconosciuto.”
  “A quei tempi aveva cinque anni ed era un bambino terribile e disubbidiente. Adesso ne ha undici ed è molto sviluppato. Lei è stato eccezionale e se non fosse intervenuto, Mauro sarebbe sicuramente morto. Mi creda, le saremo grati per la vita!”
  L’estate di qualche anno prima, infatti, Armando era stato il protagonista di un’avventura terribile. Da allora aveva ripensato tante volte alla frase famosa che dice che chi salva una vita è come se salvasse il mondo intero.
A Rapallo, lui e sua moglie si erano trovati molto bene e andavano sempre a nuotare. Che senso di pace! Il mare era là vicino e ne udivano lo sciabordio. La natura li circondava e di notte, la luna splendeva alta nel cielo illuminando d’argento la tranquilla superficie marina. Sembrava un paesaggio di fiaba; lui era stato pervaso da un senso d’euforia e avvertiva d’essere in armonia con il mondo intero. La visione di quel mare infinito e del cielo trapunto di stelle lo aveva stordito. Armando aveva scoperto un anfratto della costa, dove vi era uno scoglio molto alto. L’aveva scalato e da lassù aveva visto, ai suoi piedi, un mare azzurro e brillante e poi la costa che sporgeva come una cresta intorno alla baia. Era tornato sul suo scoglio di mattino molto presto e tutto era silenzioso e immobile. L’acqua era ferma e liscia come l’olio. Non si udiva che il motore di qualche motoscafo in lontananza e il grido dei gabbiani che volavano bassi sul mare. Vicina vi era anche la spiaggia e lui e la moglie vi andavano per usufruire degli ombrelloni e delle sdraio. Non avrebbe mai immaginato di dover affrontare la furia del mare per salvare la vita a un bambino incosciente!
  Quel giorno il mare era molto agitato, i cavalloni s’infrangevano violenti sulla battigia e c’era la bandiera rossa che segnalava il pericolo. I bagnini dicevano a tutti di non entrare in acqua. Invece un bambino spericolato correva per tuffarsi e faceva disperare la mamma che gli continuava a dire di non avvicinarsi all’acqua; ma lui disubbidiva, non la ascoltava e correva sempre verso il mare. La madre naturalmente lo rincorreva e lo afferrava per fermarlo, ma lui gridava, si divincolava e continuava a correre sulla sabbia come un topolino.
  “Mauro! Smettila! Cerca di stare un po’ fermo e siediti” diceva la povera mamma.
  “No, voglio correre, correre e saltare come i cavalloni.”
  “Ma non è meglio che giochi a fare un bel castello? Guarda, ti ho portato le palette e il secchiello.”
  “No, non mi piacciono, voglio correre.”
Improvvisamente era sfuggito alla mano della mamma ed era fuggito verso il mare. Quel ragazzino non ubbidiva mai e faceva il birbante, disturbando e lanciando la sabbia addosso alle persone. Era tremendo e tutti si lamentavano per le sue monellerie. Il padre non c’era perché era sempre al lavoro e quindi la povera madre non aveva chi la aiutasse a sorvegliarlo.
Il piccolo aveva attraversato come un razzo la spiaggia mentre sua mamma l’inseguiva e s’era buttato in acqua. In men che non si dica, la violenza dei cavalloni l’aveva trascinato via e lui aveva cominciato a urlare terrorizzato.
I bagnini avevano cercato di raggiungerlo con il sandolino, ma erano scaraventati lontano dalla corrente. Avevano ripetuto l’operazione svariate volte e addirittura, avevano avvisato la capitaneria di porto che mandasse un motoscafo ad aiutarli.
Se nessuno comunque fosse intervenuto subito lanciandosi in mare per salvarlo, il bambino sarebbe certamente affogato.
Armando non ci aveva pensato due volte e si era buttato, mentre la moglie gli gridava di stare attento e di non farlo. Ma lui preferiva tentare, essere sprezzante del pericolo pur di salvare una vita umana. Preferiva l’altruismo, era convinto che bisogni adoperarsi sempre, non fermarsi e rischiare la propria vita per gli altri.
  Aveva affrontato il mare e aveva creduto di non farcela e di annegare; poi era arrivato vicino al bambino e lo aveva visto ormai privo di forze e semi svenuto. L’aveva afferrato con tutte le sue forze e aveva nuotato sorreggendolo con la testa fuori dall’acqua. Quando era arrivato in prossimità della spiaggia, alcuni coraggiosi avevano fatto una catena di braccia per aiutarlo, e aveva affidato loro il piccolo. Quindi si trattava di salvarsi lui, ma era stremato e si stava lasciando andare, quando aveva udito le urla della moglie. Allora aveva combattuto strenuamente contro i cavalloni e la violenza della corrente. Ci era riuscito ed era arrivato a riva.
La madre del piccolo non sapeva più come ringraziarlo per il suo gesto e il suo coraggio. Nello stesso tempo piangeva ed era molto spaventata per le condizioni del figlio. Naturalmente si capiva che era anche avvilita per le sue continue disubbidienze.
  Successivamente Armando e la moglie erano andati in ospedale a trovare il bambino che, per fortuna, s’era ripreso molto presto.
  “Davvero sei tu il signore che mi ha salvato?” aveva chiesto Mauro.
  “Sì, sono proprio io e sono contento d’averlo fatto, giovanotto, però ti consiglio di non disubbidire più alla mamma e di non scappare, perché un’altra volta potresti morire,” aveva risposto Alfonso.
  “Io non ti scorderò più signore e non scorderò quello che hai detto.”
  E così era veramente stato. Mauro non si era più scordato di lui e aveva imparato a ubbidire alla mamma. Adesso era lì e lo guardava come un eroe. Poi: “Sai signore, da quel giorno, tutte le volte che vedo il mare agitato, penso a te. Ho paura dei cavalloni e ricordo che è stato bruttissimo bere acqua e non potere più respirare.”
  “Bravo Mauro! E ricordati che i bambini ubbidienti compiono solo il proprio dovere; non fanno nulla di straordinario, perché ascoltare i genitori significa seguire i loro buoni consigli e le loro sagge parole.”